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Intelligenza artificiale

Google cambia le regole della ricerca: dalla SEO alla visibilità nell’AI

Il restyling che parte dalla grafica dura due anni. Quello che parte dai contenuti dura dieci. La differenza in un caso reale.

Essere primi su Google potrebbe non bastare più: SEO e ricerca AI

La ricerca online sta cambiando più velocemente di quanto sembri. AI Overview, AI Mode e risposte generate direttamente da Google stanno modificando il modo in cui le persone cercano informazioni. Per le aziende la questione non è abbandonare la SEO, ma capire come continuare a essere trovate quando Google non si limita più a mostrare una lista di link.

Per molti anni il meccanismo è stato abbastanza chiaro.

Una persona cercava qualcosa su Google, otteneva una pagina di risultati e decideva quale sito visitare. Per un’azienda, quindi, buona parte del lavoro consisteva nel riuscire a comparire il più in alto possibile per le ricerche che contavano davvero.

Quel modello non è sparito. Ma sta cambiando.

Sempre più spesso Google prova a rispondere alla domanda dell’utente direttamente nella pagina dei risultati. E con AI Overview e AI Mode la trasformazione diventa ancora più evidente: la ricerca può interpretare domande complesse, mettere insieme informazioni provenienti da più fonti e restituire una risposta articolata prima ancora che l’utente visiti un sito.

Non è un esperimento marginale. Nel maggio 2026 Google ha dichiarato che AI Mode aveva superato un miliardo di utenti mensili, con un volume di query più che raddoppiato ogni trimestre dal lancio.

Per chi ha un’azienda, un e-commerce o un sito professionale, vale la pena capire cosa significa.

Stiamo cambiando il modo in cui facciamo le domande

Il cambiamento più interessante non riguarda soltanto Google. Riguarda noi.

Chi si è abituato a usare ChatGPT, Gemini o altri strumenti di intelligenza artificiale tende a formulare domande più lunghe, precise e contestualizzate.

Qualche anno fa avremmo scritto:

“software gestionale PMI”

Oggi è sempre più naturale chiedere:

“Quale gestionale può andare bene per un’azienda di 20 dipendenti che deve gestire clienti, preventivi e assistenza senza avere un reparto IT interno?”

È una differenza enorme.

Nel primo caso il motore di ricerca deve trovare pagine che corrispondano ad alcune parole chiave.

Nel secondo deve prima capire il problema, il contesto e l’intenzione dell’utente.

Ed è proprio qui che l’intelligenza artificiale applicata alla ricerca cambia le carte in tavola.

Google non vuole più soltanto individuare pagine che contengono determinate parole. Vuole riuscire a trovare le informazioni più utili per costruire una risposta.

Quindi la SEO è morta?

No.

E conviene dirlo chiaramente, perché ogni volta che cambia qualcosa su Google compare qualcuno pronto ad annunciare la morte della SEO.

Questa volta lo dice anche Google in maniera piuttosto esplicita: le buone pratiche SEO rimangono alla base della visibilità anche nelle esperienze di ricerca basate sull’intelligenza artificiale.

Non serve quindi buttare via tutto quello che abbiamo imparato negli ultimi vent’anni.

Un sito deve continuare a essere veloce, tecnicamente accessibile ai motori di ricerca, ben organizzato e comprensibile. Le pagine devono essere indicizzabili. I collegamenti interni devono avere senso. Le informazioni principali devono essere disponibili in forma testuale e i dati strutturati, quando presenti, devono corrispondere a ciò che vede realmente l’utente.

La parte interessante è un’altra.

Sta diventando ancora più importante che cosa abbiamo realmente da dire.

Il problema dei contenuti tutti uguali

Basta fare qualche ricerca per accorgersene.

Ci sono centinaia di articoli intitolati:

“10 vantaggi della digitalizzazione”

“Cos’è l’intelligenza artificiale”

“Perché la SEO è importante per la tua azienda”

Spesso dicono esattamente le stesse cose, nello stesso ordine e quasi con le stesse parole.

L’arrivo dell’AI generativa ha esasperato il problema, perché oggi produrre dieci articoli mediocri costa pochissimo.

Ma se tutti possono produrre contenuti generici, quei contenuti hanno sempre meno valore.

Ed è significativo che nelle sue indicazioni più recenti Google insista proprio su questo punto: per essere visibili nelle nuove esperienze di ricerca servono contenuti utili, affidabili, specifici e non intercambiabili con altri cento articoli già presenti online.

In altre parole: raccontare cose che si conoscono davvero torna ad avere peso.

Un caso affrontato con un cliente.

Un problema incontrato durante un progetto.

Dati raccolti sul campo.

Una procedura.

Una scelta tecnica spiegata con pro e contro.

Un’opinione motivata.

Sono contenuti molto più difficili da sostituire con un testo generico.

Da “essere primi” a “essere una fonte”

Qui si trova probabilmente il passaggio più importante.

Nella ricerca tradizionale l’obiettivo era soprattutto ottenere una posizione.

Nella ricerca basata sull’AI entra in gioco un’altra possibilità: essere una delle fonti che il sistema considera abbastanza affidabili e pertinenti da utilizzare per costruire una risposta.

Google spiega che AI Mode e AI Overview possono individuare più pagine di supporto e mostrare collegamenti alle fonti utilizzate per approfondire un argomento.

Non significa che le classifiche tradizionali non contino più.

Significa che il concetto di visibilità sta diventando più ampio.

Un’azienda dovrebbe quindi cominciare a chiedersi non soltanto:

“Per quali parole chiave siamo posizionati?”

ma anche:

“Il nostro sito contiene abbastanza informazioni perché Google capisca realmente chi siamo, cosa facciamo e in quali casi siamo competenti?”

È una domanda molto diversa.

Un esempio concreto

Immaginiamo uno studio di consulenza del lavoro.

Sul suo sito troviamo:

“Chi siamo.”

“I nostri servizi.”

“Contatti.”

Poco altro.

Dal punto di vista grafico il sito potrebbe anche essere impeccabile.

Ma Google dispone di pochissime informazioni per capire per quali problemi quello studio rappresenti una risposta particolarmente valida.

Immaginiamo invece che lo stesso studio pubblichi nel tempo contenuti approfonditi su:

  • assunzioni agevolate;
  • gestione delle trasferte;
  • welfare aziendale;
  • contratti;
  • casi particolari affrontati con le imprese;
  • scadenze e modifiche normative;
  • domande realmente ricevute dai propri clienti.

Il secondo sito fornisce un contesto molto più ricco.

Non perché abbia inserito magicamente qualche nuova “keyword AI”, ma perché dimostra meglio la propria competenza.

Ed è qui che strategia dei contenuti, SEO e reputazione digitale cominciano a sovrapporsi.

Attenzione alla nuova corsa alla “GEO”

Come spesso accade nel digitale, intorno al cambiamento sta già nascendo un nuovo mercato di sigle.

GEO, AEO, LLM optimization, AI SEO.

Alcune metodologie hanno senso. Altre sono semplicemente la SEO di sempre con un nome nuovo.

La stessa Google ha messo in guardia dalle scorciatoie e dalle tecniche presentate come necessarie per comparire nelle risposte generate dall’AI. Non esiste, per esempio, uno speciale markup da aggiungere al sito per entrare automaticamente in AI Mode, né un trucco capace di garantire una citazione.

Questo è un punto importante anche per le aziende.

Prima di acquistare l’ennesimo servizio che promette di “posizionare il brand dentro ChatGPT e Google AI”, conviene verificare cosa viene effettivamente fatto.

Molto spesso il lavoro serio è meno spettacolare:

sistemare il sito, strutturare bene le informazioni, produrre contenuti originali, curare l’autorevolezza del brand, lavorare sulla presenza locale, mantenere aggiornati prodotti e servizi.

Non suona rivoluzionario.

Ma funziona meglio delle scorciatoie.

Anche Google sta iniziando a misurare questa nuova visibilità

C’è un altro segnale che vale la pena osservare.

Nel giugno 2026 Google ha iniziato a sperimentare in Search Console nuovi report dedicati proprio alla visibilità ottenuta nelle funzionalità di ricerca generativa, tra cui AI Overview e AI Mode.

È un passaggio significativo.

Vuol dire che progressivamente dovremo imparare a leggere nuovi indicatori oltre a quelli ai quali siamo abituati: impression, clic, posizione media, conversioni.

La domanda non sarà più soltanto “quante visite arrivano da Google?”, ma anche in quali modi il nostro brand entra nel percorso con cui una persona cerca e valuta una soluzione.

E quel percorso potrebbe iniziare e svilupparsi sempre più spesso dentro una conversazione con un sistema di intelligenza artificiale.

Cosa dovrebbe fare oggi un’azienda?

Non serve rivoluzionare il sito domani mattina.

Serve però iniziare a guardarlo con occhi diversi.

Un buon esercizio consiste nel provare a cercare i propri servizi formulando domande come farebbe un potenziale cliente.

Non il nome dell’azienda.

Il problema.

Per esempio:

“Come scegliere un’agenzia per rifare il sito di un’azienda manifatturiera?”

“Quanto dovrebbe durare il rifacimento di un sito aziendale?”

“Come capire se un sito è accessibile?”

“Cosa deve fare una PMI per utilizzare l’intelligenza artificiale nei propri processi?”

Poi guardare il proprio sito e chiedersi:

abbiamo veramente una risposta utile a queste domande?

Se la risposta è no, il problema probabilmente non è l’intelligenza artificiale.

È il contenuto.

La partita si gioca ancora sul sito

Negli ultimi anni qualcuno ha cominciato a considerare il sito aziendale quasi un elemento accessorio rispetto ai social network.

L’evoluzione della ricerca va nella direzione opposta.

Se motori di ricerca e sistemi AI hanno bisogno di informazioni affidabili per capire un’azienda, i contenuti proprietari tornano a essere strategici.

Il sito è uno dei pochi luoghi digitali nei quali un’impresa può decidere completamente come organizzare e presentare la propria competenza, senza dipendere dall’algoritmo di un social network.

Per questo il punto non è scegliere tra SEO e AI.

Il punto è costruire una presenza digitale abbastanza chiara, utile e credibile da funzionare bene in entrambe.

Google sta cambiando.

Il modo in cui cerchiamo sta cambiando.

Probabilmente cambieranno anche gli strumenti con cui misuriamo la visibilità.

Ma una cosa, almeno per ora, è rimasta sorprendentemente stabile: quando qualcuno cerca una risposta, bisogna avere qualcosa di utile da dire.