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Intelligenza artificiale

Il 76% delle PMI italiane non investe nell’AI. Il problema non è la tecnologia

Secondo l'Osservatorio del Politecnico di Milano, tre PMI su quattro non investono nell'intelligenza artificiale. Cosa ci dicono davvero i numeri e da dove si può cominciare.

Il 76% delle PMI italiane non investe nell'intelligenza artificiale

Tre piccole e medie imprese italiane su quattro non hanno investito nell’intelligenza artificiale e non hanno intenzione di farlo. Non è un’opinione: è il dato principale dell’ultima ricerca dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano. E racconta molto più di quanto sembri.

Il numero esatto è 76%. A prima vista sembra una contraddizione: ovunque si parla di AI, i titolari la usano dal telefono per scrivere un messaggio o preparare un preventivo, eppure in azienda, come scelta strutturata, non entra.

Il motivo, a ben guardare, non è la diffidenza verso la tecnologia. È che manca il pezzo in mezzo: qualcuno che si fermi a capire dove, nel lavoro di tutti i giorni, l’AI può far risparmiare tempo davvero.

I numeri che contano

  • Il 76% delle PMI non ha investito in intelligenza artificiale né prevede di farlo.
  • Solo il 7% ha avviato percorsi strutturati di formazione sull’AI.
  • Il 47% non ha svolto alcuna attività di ricerca e sviluppo negli ultimi tre anni.
  • Sul fronte cloud, invece, la musica cambia: lo ha adottato il 56% delle PMI nel triennio 2023-2025, e per il 2026-2028 la quota prevista sale al 91%.

C’è anche una buona notizia: nel 2025 più di una PMI su due ha aumentato la spesa per la trasformazione digitale rispetto all’anno prima. La voglia di innovare, quindi, c’è. Manca spesso la direzione.

Il problema non è “quante la usano”

Lo dice bene Claudio Rorato, direttore dell’Osservatorio: la vera domanda non è quante PMI usino già l’AI, ma quante siano davvero pronte a usarla in modo efficace. È una distinzione che vediamo ogni giorno.

Un collaboratore che usa un chatbot per conto suo è una cosa. Un’azienda che decide quali attività affidare all’AI, con quali strumenti, con quali regole e con quali dati, è un’altra. La prima produce piccoli vantaggi sparsi (e qualche rischio). La seconda produce un cambiamento che si vede nei conti.

Da dove si comincia

Non serve un progetto enorme. Nella nostra esperienza, i primi risultati arrivano quasi sempre da attività ripetitive e poco amate:

  • rispondere alle domande frequenti dei clienti;
  • preparare bozze di preventivi, schede prodotto, testi per il sito e i social;
  • riassumere documenti, verbali e capitolati;
  • mettere ordine nei dati che l’azienda già possiede.

Il segreto è partire da un processo concreto, misurare quanto tempo si risparmia e solo dopo allargare il campo. E, in parallelo, formare le persone: è la parte che quasi tutti saltano, ed è quella che fa la differenza.

Il nostro punto di vista

In Consolidati usiamo l’intelligenza artificiale ogni giorno, nello sviluppo software come nella comunicazione. Proprio per questo sappiamo che non è una bacchetta magica: funziona quando è inserita con criterio in un modo di lavorare che già esiste.

Se sei tra quel 76% e ti chiedi se vale la pena iniziare, la risposta più onesta è: dipende da cosa fai. Ed è una domanda a cui si può rispondere in un’ora di confronto, non in sei mesi di progetto. Parliamone.

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Fonte dei dati: Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI, Politecnico di Milano, ricerca 2025-2026.